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La morte non è nulla…

Il cinque maggio è una di quelle date che rimarrà per sempre impressa nella storia. L’ode che Alessandro Manzoni ha dedicato alla mia morte ha sicuramente avuto una parte fondamentale nel donare eternità a questo giorno.

Il 5 maggio 1821, nell’Isola di Sant’Elena, muore Napoleone Bonaparte.

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Già, ma cosa ci facevo lì? E come sono morto? Di vecchiaia, a 51 anni?

Come saprete dopo la sconfitta di Waterloo e gli avvicendamenti politici che ne seguirono (presto li approfondirò meglio, datemi tempo), abbandonai la capitale e mi diressi verso il sud della Francia.

Inizialmente la mia intenzione era di andare in esilio volontario negli Stati Uniti, certo che le potenze europee spinte dall’intransigente zar Alessandro mi avrebbero riservato una fine assai meno piacevole.

La presenza della flotta inglese nel sud della Francia e i piani poco convincenti (io che mi nascondo dentro una botte??) mi convinsero infine a consegnarmi nelle mani dello storico nemico, certo di potermi porre sotto la protezione della loro lunga tradizione giuridica. Non chiedevo altro che un esilio in campagna poco lontano da Londra, con una nuova identità, dove vivere tranquillo gli ultimi anni della mia vita, magari dedicandomi alla scienza.

La flotta inglese mi portò fino alle coste di Portsmouth, ma anzichè farmi sbarcare e concedermi quanto richiesto, la nave si diresse verso il cuore dell’Oceano Atlantico, verso l’Isola di Sant’Elena.

Qui passai il resto dei miei giorni, in un’esistenza resa sempre più difficile e gravosa dalle continue angherie del nuovo Governatore dell’Isola, Sir Hudson Lowe.

Qui, il 5 maggio 1821, alle 17.49 pronunciai le mie ultime parole – Francia, testa dell’armata – e lasciai il mondo terreno.

Come spesso accade nelle morti “illustri” si svilupparono una lunga serie di ipotesi e illazioni sulla mia morte. Ufficialmente sono morto di cancro allo stomaco, lo stesso male che portò via mio padre.

Tuttavia, analisi scientifiche eseguite negli ultimi anni del ‘900, trovarono un’elevata quantità di arsenico nei diversi campioni di miei capelli, dando adito alle teorie sull’avvelenamento per mano dei carcerieri inglesi o addirittura dei membri del mio seguito, perché gelosi o avidi delle mie ricchezze.

Qualunque sia la verità, difficilmente in questo caso si può dire “Ai posteri l’ardua sentenza“; solo con la scoperta di nuova documentazione (se ne esiste ancora) o con la diffusione di nuove e rivoluzionarie tecniche forensi si potrà avere la certezza di quel che accadde o confutare l’autopsia eseguita sul mio corpo poco dopo la mia morte.

Di una cosa sono certo: in qualunque modo sia avvenuta, la mia morte ha contribuito a creare il mito attorno a quella che è stata la mia vita.

“Quando io sarò morto, ciascuno di voi avrà la dolce consolazione di tornare in Europa a rivedere i propri familiari e i propri amici; mentre io ritroverò i miei fedeli… Kleber, Desaix, Bessieres, Duroc, Ney, Murat, Massena, Berthier, tutti mi verranno incontro, e mi ricorderanno ciò che abbiamo fatto insieme, e io racconterò loro gli ultimi fatti della mia vita. Poi parlerò delle nostre guerre, con Scipione, Annibale, Cesare e Federico! A meno che là non abbiano paura a mettere tutti insieme tanti guerrieri armati!”

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Il mio testamento – 15 Aprile 1821(Prima Parte)

Oggi è il 15 Aprile 1821 a Longwood, isola di Sant’Elena.

questo è il mio Testamento, o atto delle mie ultime volontà.

1) Muoio nella religione Apostolica Romana, nel seno della quale sono nato da più di cinquant’anni.

2) Desidero che le mie ceneri riposino sulle rive della Senna, in mezzo al popolo francese che ho tanto amato.

3) Ho sempre avuto ragioni per essere soddisfatto della mia carissima moglie, Maria Louisa. Conservo per lei, fino al mio ultimo momento, i più teneri sentimenti. La supplico di sorvegliare, al fine di preservare, mio figlio dalle trappole che ancora gravano sulla sua infanzia.

4) Raccomando a mio figlio di non dimenticare mai di essere nato principe francese e di non permettere mai a se stesso di diventare uno strumento nelle mani dei triumviri che opprimono le nazioni dell’Europa: non dovrebbe mai combattere contro la Francia, o danneggiarla in qualche modo; dovrebbe adottare il mio motto: “Qualsiasi cosa per il popolo francese”.

5) Muoio prematuramente, assassinato dall’oligarchia Inglese e dai suoi assassini. la nazione Inglese non tarderà a vendicarmi.

6) I due disgraziati risultati delle invasioni della Francia, quando aveva ancora così tante risorse, sono da attribuire al tradimento di marmont, Augereau, Talleyrand e La Fayette. Io li perdono. Possa la posterità della francia fare altrettanto.

7) Ringrazio la mia buona, più eccellente madre, il Cardinale, i miei fratelli, Giuseppe, Luciano, Girolamo, Paolina, Carolina, Giulia, Ortensia, Caterina, Eugenio per l’interesse che hanno continuato a provare per me. Perdono Luigi per il libello che ha pubblicato nel 1820: è pieno di false asserzioni e documenti falsificati

8) Ripudio”Il manoscritto di Sant’Elena” e altri lavori, con il titolo di massime, citazioni .. che le persone sono state felici di pubblicare negli ultimi sei anni. Tali non sono le regole che hanno guidato la mia vita. ho fatto arrestare e processare il Duca d’Enghien perché questo passo era essenziale per la salvaguardia, l’interesse e l’onore del popolo francese, quando il Conte d’Artois stava mantenendo, per sua stessa confessione, sessanta assassini a Parigi. In simili circostanze, agirei allo stesso modo.

[continua..]

Il Cinque Maggio

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza
: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio
,
La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola
,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni

 

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